rassegna stampa | interviste | critica

 

EXIBART

ALICE PADOVANI, PRIMAL - FORME ORDINATE DEL CAOS - GUIDI & SCHOEN, GENOVA 

di Andrea Rossetti

 

Alice Padovani (Modena, 1979) s'è intascata il premio speciale Guidi & Schoen nell'ambito di Arteam Cup 2018, che di diritto l'ha portata a presentare i suoi lavori in una personale - bella e meritevole, mettiamo subito i puntini sulle i - nell'omonima galleria genovese. Siamo lì in adorazione dei suoi coleotteri "stecchiti”, cifra identitaria in una mostra piena di insetti, quando Chico Schoen se ne esce con la storia del padre entomologo. E seduta stante si drizzano le orecchie, perché il legame tra Padovani senior e junior da subito appare più efficace di una nota di colore, o di una semplice passione tramandata. È come se la combine padre/figlia fosse un po' il "cappello” di questa personale, indicando la retta via di un parallelismo elementare in cui la divisione tra intenti e risultati non è propriamente prevedibile a priori: c'è chi i coleotteri li maneggia per scopi scientifici e chi per arte, ma a volte imboccare una strada comune - salvando capra e cavoli alla faccia delle discrepanze oggettive - non è del tutto impossibile.

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Espoarte

NÉ PITTRICE, NÉ SCULTRICE, NÉ PERFORMER: L’ETEROGENEITÀ RICONOSCIBILE DI ALICE PADOVANI

di Livia Savorelli

 

Alice Padovani è un’artista poliedrica che rifugge a classificazioni e che ci fa addentrare in un mondo dove il caos apparente trova una sua intima quanto scientifica organizzazione. La Natura è elemento privilegiato della sua vita e ricerca in quanto “regno della molteplicità, del sensibile e della contraddizione”, in grado di attivare gioia e disperazione, dolore e piacere.

Nei giorni che precedono PRIMAL | forme ordinate dal caos
, solo show dell’artista da Guidi&Schoen Arte Contemporanea a Genova, importante riconoscimento ottenuto in occasione di Arteam Cup 2018 e altresì grande occasione di visibilità e confronto con la consolidata realtà ligure, ho voluto raccogliere un primo bilancio di due anni intensi ma anche ricchi di soddisfazioni e far scoprire la coinvolgente poetica di un’artista tanto visionaria quanto lucida interprete delle distopie contemporanee.

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Rivista Segno

PRIMAL: entropia e ordine nell’opera di Alice Padovani

di Davide Silvioli 

 

Gli esiti delle ricerche intraprese da Alice Padovani si muovono con sempre più ricorsività sul sottile filo speculativo dell’interdisciplinarità, dimostrando un’autonoma maturità stilistica. La personale Alice Padovani, PRIMAL | Forme ordinate dal caos che apre l’anno 2019 della Galleria Guidi & Schoen di Genova, assegnata all’artista modenese nell’ambito di ARTEAM Cup 2018 e visibile fino al 7 marzo, porta in esposizione proprio gli ultimi conseguimenti artistici della giovane autrice. L’evento presenta alcune serie afferenti al suo lavoro recente, qui rappresentato da famiglie di opere quali Fracture,Collezione di una gazza ladra,Carte Cocoon, nonché dall’installazione Solid; pezzo con cui si è aggiudicata nella succitata competizione artistica questo premio speciale. 

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ESPOARTE n.103

intervista per l'inserto speciale Natura.0

a cura di Francesca di Giorgio

 

Dall'osservazione del tuo lavoro emerge un particolare rapporto con la Natura, in senso lato. Come consideri questo legame a livello personale, come si esplicita nel tuo lavoro – quali tue opere recenti pensi lo identifichino meglio – e come si inserisce nel contesto più ampio dei linguaggi del contemporaneo?

La natura rappresenta per me il regno della molteplicità, del sensibile e della contraddizione perché in grado di suscitare sentimenti di gioia e disperazione, di dolore e di piacere. È vita e morte che si rincorrono in modo perpetuo del tutto fine a sé stesso, e ritrovandomi perfettamente nelle parole di Tolstoj, “già lo conosco, non cerco di sciogliere il nodo, ma mi accontento di questa oscillazione.”

Credo che la mia ricerca artistica nasca in buona parte proprio da questo momento di contrasto, dal tentativo di avvicinarmi alla sua forma e alla sua alterità.

La natura è l’immagine più primitiva e realistica che possiamo avere di noi stessi, ma il suo mistero e le infinite combinazioni provocano un certo grado di smarrimento. È un autoritratto che talvolta fatichiamo a riconoscere perché racchiude infinito ed effimero nello stesso momento e nello stesso luogo; è un caos meravigliosamente organizzato che disorienta e commuove quanto guardare verso le profondità dell’universo. È un’entità che frequento quotidianamente e in questo senso “riclassificarla” in maniera tutt’altro che scientifica ma seguendo il filo dell’emotività, creando assemblaggi, installazioni e momenti performativi, mi da la sensazione transitoria di poter controllare una piccola porzione di tempo e di vita. 

 

• TESTO CRITICO di Kevin McManus

 

 

All’interno del campo sempre più “allargato” della scultura di oggi, il lavoro di Alice Padovani si colloca in una posizione di fertile scetticismo rispetto all’utilizzo indiscriminato di questa categoria mediale. Da un lato il suo lavoro si presenta al fruitore come irresistibilmente scultoreo, data la sua forte presenza nello spazio e l’evidente sollecitazione tattile degli inserti di materia organica. Dall’altro, l’idea stessa di scultura come medium tra l’artista e il mondo è aggiornata sulla base di stati mentali e modalità di relazione tipici della contemporaneità, su tutti l’impulso all’archiviazione, alla catalogazione, al collezionismo ossessivo e metodico. La griglia formale che costituisce il piano di quest’opera riporta in auge il gusto surrealista per la commistione di astrazione modernista e inserto oggettuale o naturale, ma lo fa in una dimensione installativa che mette in crisi le categorie dell’osservatore.

La perfezione asimmetrica e corporea della natura convive con quella asettica, geometrica della griglia; la vicenda dell’elemento naturale, fatto di carne, di fibre, di cellule passate attraverso la vita e la morte viene arrestata sul piano della pura catalogazione. Un contrasto tra caldo e freddo che rilegge la scultura come esperienza fatta dal fruitore sulla propria pelle.

Tornano certo alla mente tanto le Wunderkammer cinque-seicentesche quando, d’altra parte, le ambizioni di classificazione del mondo naturale più tipiche del Settecento. E tuttavia proprio l’incisività del contrasto tra astratto e concreto, ideale e materiale proietta la collezione di Alice Padovani su un piano diverso, quello dell’esasperazione archivistica contemporanea in cui a contare è l’atto stesso dell’archiviare, più che la necessità di conoscere e tutelare ciò che si archivia. Un impulso che l’artista redime attraverso una messinscena in cui rigore razionale e gusto barocco si interrogano a  vicenda.

 

 

• TESTO CRITICO di Valerio Dehò 

testo critico sull'evento Pas Pasa Pan tenutosi alla Galleria Estense di Modena - ottobre 2017

 

[...] L’idea dello stupore e della meraviglia fa parte integrante di questa poetica che mette insieme arte e scienza. La decostruzione mette in evidenza le strutture, i dati fissati dal tempo, attraverso uno spirito classificatorio che cerca di mettere ordine nell’imponderabile e nell’ineffabile, punto di approdo e di arrivo delle memorie  private e collettive. 

 

 

 

• TESTO CRITICO di Roberto Pasini 

per il catalogo di Verona Art Fair 2015

 

Il lavoro artistico di Alice Padovani consiste principalmente nell’assemblaggio ordinato di piccoli elementi naturali, [...].

Lo scopo è di richiamare l’attenzione sui valori della natura, troppo spesso dimenticati, alla quale gli artisti hanno guardato con attenzione sino

all’Impressionismo, e che in un’epoca in cui la sopravvivenza del pianeta è a rischio la Padovani riprende e celebra con grande sensibilità;

a ciò si aggiunge una specie di spirito classificatorio neosettecentesco che rende le sue opere degne di una “stanza delle meraviglie”.

Alice ha una predilezione genuina e officinale per il mondo naturale, che ci apparecchia davanti con la grazia e la precisione di un Linneo

artistico del nuovo millennio

 

 

• LA PARTE ANIMALE

di Andrea Vegro e Simone Ziffer per il blog THE ARTOCRACY

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Una sottile linea nera, ruvida ed irregolare, delinea il profilo di giovani donne. Le spalle scoperte, il collo lungo e candido. I capelli se ne stanno raccolti in modo semplice, neri e lisci, o hanno un taglio mascolino che lascia scoperta la nuca. Dal capo delle fanciulle spuntano, maestose, delle corna.

Con un tratto minimalista, a tratti crespo e sabbioso, Alice Padovani conferisce una forma alla sua coscienza, ritraendola con il volto di una creatura a metà tra il mondo umano ed il mondo animale. L’artista sente la necessità di interrogare le proprie sensazioni, gli istinti più reconditi e viscerali, giungendo alla conclusione che questi sono la voce di una coscienza atavica, profondamente radicata in ogni uomo. Oggi schiavo di rigidi codici comportamentali e di pensiero, l’uomo, in un’epoca primordiale, era del tutto simile alle bestie: irruento, mosso solo dai suoi istinti.

Queste ninfe moderne preservano la loro parte animale, facendone sfoggio sul capo, come un magnifico trofeo. Il sorriso serafico e lo sguardo orgoglioso, e nell’animo la tranquillità e l’inquietudine di poter dire: “Io sono una bestia, io sono una fiera. La natura resiste dentro di me”.

 

 

• PICCOLO COMPENDIO DI ANIMALI PERDUTI

di Andrea Vegro per il blog ART ON DEMAND

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L’uomo, animale razionale. L’uomo che elenca, classifica, cataloga e descrive, per mettere ordine ad ogni categoria universale. Una volta, però, in un’epoca atavica, egli era del tutto simile alle bestie: irruento e mosso solo dai suoi istinti. Alice Padovani sente la necessità di ricordare ciò che l’uomo sembra aver dimenticato, cioè il proprio lato animale. Il suo lavoro è una riflessione malinconica che prende le forme di un diario, in cui ogni cosa rappresentata è solo una vaga reminiscenza: dimenticando la sua vera origine, l’uomo ha perduto l’istinto, e con esso anche parte della conoscenza del mondo. L’artista realizza un compendio tutt’altro che scientifico, disegnando con tratto fragile parti anatomiche e inventari di occhi, ad evidenziare la difficoltà di riportare alla mente questa memoria primordiale. Gli animali estinti divengono il simbolo di questa saggezza perduta, e vanno ad abitare un’enciclopedia del ricordo, composta da strani esemplari.

 

• WUNDERKAMMER

mostra personale presso Dark Room Gallery - Carpi (luglio-settembre 2015)

A cura di Chiara Iemmi

 

Dal XVI al XVIII secolo i ricchi collezionisti europei erano soliti conservare raccolte di oggetti straordinari, provenienti dal mondo della natura o creati dalle mani dell'uomo, nella propria Wunderkammer (in italiano gabinetto delle curiosità, antenato del moderno museo).

Raccoglievano, talvolta pagando cifre molto cospicue, oggetti che destassero stupore, degni di essere mostrati agli amici e ad illustri visitatori.

Gli oggetti mirabolanti che si potevano trovare nelle Wunderkammer erano moltissimi: pesci e uccelli rari o sconosciuti, semi o frutti di dimensioni superiori alla media, conchiglie, gioielli, libri e stampe eccezionali, raccolte di foglie essiccate, quadri, reperti archeologici... tanto più desiderabili quanto maggiormente esotici.

Alice Padovani, figlia di un entomologo, cresce in una casa stipata di reperti naturali raccolti in tutto il mondo, che per la piccola Alice rappresenta una vera e propria Camera Delle Meraviglie, da studiare e mostrare agli amici.

Si appassiona sempre più alla collezione del padre, tanto che divenuta adulta crea la sua personalissima Camera delle Meraviglie.

Come ogni Wunderkammer che si rispetti, l'incantevole raccolta di Alice comprende non solo i naturalia (oggetti con caratteristiche eccezionali che la natura stessa fornisce), ma anche gli artificialia (oggetti creati dalle mani dell'uomo particolari per la loro originalità ed unicità).

A volte raccoglie, come una gazza ladra che colleziona piccole cose luccicanti scambiandole per ghiotte Cetonie Aurate, oggetti perduti da chissà chi e chissà come e li inserisce in teche che chiama “Nidi”. Un bottone o un ciondolo smarrito, una conchiglia, una chiave, che hanno esaurito la propria funzione e nel nido di Alice prendono nuova vita, nuovo significato. Non può mancare poi, nel nido, il tanto ricercato coleottero dorato.

Altre volte raccoglie immagini con lo sguardo e poi disegna per ricordare. Come dice l'artista stessa: "Colleziono e conservo per creare visioni di bellezza. Io sono io la gazza ladra che, abbagliata da tanto splendore, non può che volare via con il becco pieno".

La Wunderkammer di Alice Padovani ritrae il suo immaginario, fatto di esseri rari o ormai estinti, i cui particolari vengono studiati, catalogati in “Atlanti” e riprodotti minuziosamente con tratto deciso. La biro nera dell'artista scivola sulle superfici bianche, pagine di un'enciclopedia degli animali perduti, per aggiungere elementi alla sua collezione di mirabilia: occhi, zampe, uova, pesci.

Lavora prevalentemente di Bic. Come chi inganna un’attesa al telefono disegnando scarabocchi sul foglio degli appunti. Ma lei lo fa con metodica precisione, ottenendo minuziose opere d’arte in grado di andare ben oltre la semplice scrittura.

A volte dipinge animali a figura intera, con interventi di colore ad acquerello, come ad esempio variopinte Paradisaee.

E' forse il fascino leggendario di questo uccello canoro che attrae la curiosità di Alice: alcuni racconti narrano che le Paradisee discendessero direttamente dal Paradiso. La credenza deriva dal fatto che le si vedesse sempre o senza zampe o in volo, così si pensò che questi uccelli conducessero tutta la loro esistenza senza mai posarsi al suolo e che addirittura la femmina covasse le uova sul dorso del maschio in volo.

Ognuno degli animali che Alice Padovani ritrae ha infatti un particolare significato per lei, una caratteristica distintiva che lo rende degno di essere collezionato, di fare parte del suo “Compendio degli animali perduti”.

E' affascinata anche dagli scarabei, forse perchè il padre ne colleziona da anni: animali rari e preziosi, neri come la pece o scintillanti di verde e oro acceso, che l'artista appunta sulle tele con spilli entomologici, accompagnandoli a volte ad altri oggetti o a tratti di penna. Uno di questi insetti proviene dal Messico, dove vige la curiosa usanza di indossare gli insetti vivi come gioielli, appuntati con una spilla alle vesti. L'animale, sfuggito alla morsa del fermaglio, viene acquistato dal padre di Alice (incontrando le rimostranze del negoziante che non vorrebbe vendergli un monile “rotto”) e donato alla figlia che qualche anno più tardi lo inserirà in una delle sue opere.

L'illustrazione zoologica moderna ha una lunga storia, che inizia nel '500 con i disegni di Leonardo e Dürer, incrementata ancor di più dal pensiero dei positivisti e dalle ottocentesche ricerche darwiniane. Tra Otto e Novecento infatti gli animali entrano nella storia dell'arte insieme al carico di inquietudini umane che caratterizza il susseguirsi dell'arte romantica, espressionista e futurista del periodo. Gli animali racchiudono la forza vitale che anima il mondo, ma anche l'interiorità dell'uomo.

Così anche Alice Padovani cerca, attraverso di essi, un contatto panteistico con la natura, riportandoli fedelmente sul foglio con l'intento di richiamare la purezza e l'istinto della nostra parte animale, che è necessario preservare.

Ci ricorda che non siamo poi così diversi dagli animali: come sosteneva Aristotele l'anima possiede tre facoltà il cui possesso distingue gli esseri viventi tra loro. La facoltà vegetativa, propria dell'intero regno vivente, la facoltà sensitiva, che appartiene agli animali e agli uomini, e la facoltà razionale che possiede solo l'uomo.

La riflessione della Padovani è del tutto originale proprio in questa osservazione: l'essere animale razionale è l'unico aspetto che ci distingue dalle bestie, che ci colloca al culmine del creato e di tutti gli esseri inferiori, i quali diventano per noi materia potenziale per l'attualità del nostro sviluppo, sfruttati al punto di essere cancellati dal mondo. E allora forse dovremmo ascoltare di più la nostra parte animale, tornare ad un rapporto simbiotico e paritaristico con la natura.

Il suo Compendio degli animali perduti ci ricorda per certi versi un Bestiario medievale, colmo di mostri fantastici: gli uomini del tredicesimo secolo, poiché avevano scarse conoscenze scientifiche, tentavano di dare forma agli animali dell'immaginario collettivo, frutto di tradizioni locali e leggende.

In entrambi i casi osserviamo qualcosa che non c'è, che non esiste nella realtà ma è verosimile, e può sussistere solo nella nostra immaginazione. L'effetto immediato è uno stupore divertito, ma le opere di Alice Padovani ci portano alla riflessione: i suoi animali non sono fantastici, no. Lo sono ora, poiché non esistono più, ma un tempo erano realtà. I miniaturisti del Medioevo creavano gli animali dalla fantasia, noi uomini contemporanei invece distruggiamo il mondo che ci circonda.

Come spiega Joel Sartore, il celebre fotografo che ha raccolto uno sterminato archivio di immagini di specie che rischiano di sparire per sempre, o sono già scomparse "entro il prossimo secolo perderemo metà delle specie viventi".

Alice Padovani con questa mostra prende per mano lo spettatore, lo porta nel suo mondo d'incanto e lo lascia lì, sbigottito, a riflettere sul futuro del nostro pianeta.

 

 

• ALICE PADOVANI: AL PALAZZO DUCALE DI GENOVA IL SUO PICCOLO COMPENDIO DI ANIMALI PERDUTI

di Stefania Carnemolla per Tiscali.it

 

“Gli uccelli del paradiso vivono in un’isola ai confini della terra, uno degli ultimi luoghi intatti del nostro pianeta. Il mio sguardo indaga la loro fragile bellezza, i colori, le forme che sfoggiano per apparire bellissimi agli occhi attenti delle loro compagne. Una piccola finestra aperta su un mondo in bilico, inesplorato, che tenta ancora di rimanere inaccessibile”.

Parole d’incanto, che sanno di mondi puri, lontani. I tanti mondi del mondo di Alice. Ecco le sue creature colorate, che ammaliano gli occhi, il Cicinnurus respublica, il Cicinnurus regius, il Cicinnurus magnificus, la Paradisaea apoda, la Paradisaea decora e che a Genova saranno in esposizione nella Sala Dogana di Palazzo Ducale, con altre curiosità del mondo naturale, fino al 14 giugno nell’ambito di Piccolo compendio di animali perduti, esposizione, a cura di Mariacarla Auteri, di opere di Alice Padovani.

Modenese, classe 1979, studi in Filosofia e in Arti Visive all’Università di Bologna, dal 2000 al 2009 attrice presso la Compagnia Laminarie di Bologna, fondatrice nel 2005 di Amigdala, associazione nata nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti contemporanee, dove lavora come regista e organizzatrice di eventi fino al 2012, grafica del Comune di Modena dal 2009, Alice Padovani, che predilige “l’utilizzo del disegno, dell’installazione e della perfomance”, ha all’attivo, come artista visiva, diverse personali e collettive sia in Italia che all’estero e ora a Genova con la sua personale sugli “animali perduti”.

“Di animali estinti ho iniziato a occuparmi nel 2012” racconta “a seguito di un mio desiderio di evocare un tipo di memoria che si sta perdendo. Una memoria del mondo che l’uomo considera marginale ma che, come ben sappiamo, non lo è”.

Un amore per il mondo naturale che ha radici antiche, con Alice piccola naturalista, lei che viveva in una casa che “sembrava un museo”, che arrivava a scuola con i suoi trofei: “Il mio amore per il mondo naturale è qualcosa che porto con me da sempre, anche grazie a un’infanzia che mi ha permesso di essere curiosa e libera. Da bambina mi aggiravo in una piccola casa che sembrava un museo. Ne andavo così fiera che a scuola portavo meraviglie e reperti da mostrare a compagni di classe increduli e ammirati: fossili, conchiglie, insetti… In classe ero considerata quella strana, ma le cose che portavo erano così belle che invece di essere emarginata diventavo semplicemente ‘diversa’. Tutti, prima o poi, volevano vedere la collezione di coleotteri di mio padre”.

Un’infanzia come una “sorta di regno della meraviglia”, il “paradiso non del tutto perduto” racconta ancora l’artista “che posso rivivere attraverso le forme della natura. Raccolgo con lo sguardo e poi disegno per ricordare. Colleziono e conservo per creare visioni di bellezza. Disegno ciò che è altro, diverso da noi perché porta in sé una bellezza sconosciuta. Da questo e da molto altro deriva il mio interesse per il regno animale, vegetale. Noi stessi siamo animali che si sono dimenticati del proprio passato: lo sguardo di una bestia ce lo può ricordare”.

“Questa bestia non è più. Estinta. Scomparsa, finita, cacciata, mangiata. Perduta per sempre”, sono gli “animali perduti”, come quelli di Mnemosyne, opera, che integra il progetto, di ventotto tavolette di legno di balsa, “diario visivo” di oggetti che sono solo “vaghi ricordi”, “compendio di animali perduti, piccolo, difficilmente enciclopedico”, “elenco di parti anatomiche”, “inventario di occhi”, “atlante di strane creature destinate all’oblio”, “memoria in pezzi”.

E la speranza che forse non tutto è perduto, con le creature, esplosione di colori, della serie Paradisee, concepita come “l’unica nota colorata all’interno della mostra” spiega l’artista “proprio perché si tratta di uccelli non ancora estinti, ma che rientrano da diversi anni a questa parte all’interno della lista delle specie minacciate o a rischio di estinzione. I loro colori sono un inno alla vita, ma la loro è una bellezza fragile. Il loro equilibrio è precario perché abitano in una zona davvero ristretta del mondo, la Papua Nuova Guinea, e con il progressivo popolamento da parte dell’uomo anche le loro foreste si rimpiccioliscono, causando la loro sparizione. Diciamo che i loro colori e il fatto di essere solo ‘minacciati’ ma non ancora estinti, incidono sul progetto degli animali perduti con una nota di vaga speranza”.


 

• PICCOLO COMPENDIO DI ANIMALI PERDUTI

mostra personale presso Sala Dogana, Palazzo Ducale - Genova (maggio-giugno 2015)

di Mariacarla Auteri

Chi è l'altro, se non l'animale che cammina al nostro fianco fin dal principio?
Egli è il compagno silenzioso che osserva la nostra nudità, senza tuttavia percepirla, ignaro della nostra vergogna di “essere messi a nudo”. La nudità non è un concetto comprensibile all'animale, poiché, come afferma Derrida, “non c'è nudità in natura”. L'atto della vestizione deriva da un sentimento di vergogna e di fragilità che ha portato l'uomo a riscattarsi per mezzo della tecnica della storia e della filosofia. L'animale rimane semplicemente l'altro, il diverso.
L'accuratezza illustrativa del Piccolo compendio di animali perduti è prima di tutto la traccia di tale conoscenza scientifica – come dimostra la serie degli Atlas, un archivio dove le parti anatomiche, raggruppate per genere, sono abbozzate sulla pagina bianca – ricostruita dallo studio dei testi di osservazione sull'animale che noi seguiamo. Dotato della propria naturale curiosità l'uomo si è interessato allo studio scientifico delle “bestie” (Bichat parlerebbe di “vita animale”, la funzione corporea che regola e intesse il vissuto sociale, l'animale che vive al di fuori). Il compendio racconta della diversità dell'essere “altro” in un senso non solo visibile, esteriore. È un flusso di immagini che scorrono nella piacevolezza di tracciare l'immagine del caro estinto. L'uomo, riconoscendovi una familiarità, è ora l'animale che ricorda l'altro, il compagno, come in Mnemosyne, un diario visivo dove la ricerca mnemonica si attacca al singolo particolare, o come nel Geronticus Eremita o nel Mascarinus Mascarinus, primi piani, riconducibili ai ritratti familiari appesi nelle pareti domestiche.
Nature morte, volti dimenticati, trittici come altari eretti alla memoria. Il compendio si tinge di sfumature più simili alla ricostruzione di un ricordo, come di un immagine vaga e impressa nella mente, rappresentata sempre dal tratto distinto e delicato dell'artista. Segno nero su sfondo bianco. Sono immagini chiare, perfettamente visibili, impossibile confondersi.
L'altro non è più un estraneo, seppur diverso. Non ci sentiamo più nudi di fronte ad esso.



• IL PICCOLO COMPENDIO DI ANIMALI PERDUTI DI ALICE PADOVANI

di Nadia Guidi per Organiconcrete - making art is a part of you

 

Quando ero piccola ogni tanto mi arrampicavo sugli scaffali della libreria e prendevo con grande fatica quel grosso librone verde con sopra l’immagine del globo terrestre. Lasciavo perdere la parte piena di cartine e mi concentravo sulla parte iniziale, dove sapevo ormai di trovare l’elenco con le fotografie a colori di tutti gli animali, dai dinosauri fino alle razze più comuni come il cane, il gatto o il leone.

Erano ormai tanti anni che non mi capitava sotto gli occhi un atlante, fino a quando qualche giorno fa, per caso, mi sono imbattuta in quello di Alice Padovani, così diverso da quello che sfogliavo da bambina, eppure allo stesso tempo, così dettagliato e affascinante.

Un “Piccolo compendio di animali perduti”, come lei stessa lo ha chiamato.

Si tratta in pratica di una serie di disegni in bianco e nero (eccetto qualche piccola eccezione a colori), che nella loro semplicità rappresentano tentativi di memoria, di una strenua ricerca per immagini di forme vissute, oggi scomparse.

Di tutti quegli animali non restano che brevi descrizioni, fotografie sbiadite, antiche illustrazioni e nel rispetto di una memoria evanescente, anch’essa in via di estinzione, i corpi disegnati sono inesatti, a tratti inesistenti, consumati, solamente evocativi.

E’ un elenco di parti anatomiche. Un inventario di occhi, di mezzibusti incorniciati e disposti come piccoli ritratti di famiglia, che raccontano una diversità che altrimenti rischierebbe di cadere nell’oblio.

L’atlante di Alice Padovani nasce da una riflessione sul corpo animale e dal ricordo malinconico e sbiadito della nostra stessa origine, perché anche noi infondo siamo (o siamo stati) animali.

L’uomo ha ormai perso l’istinto e negato il contatto intimo con la terra. Ci siamo dimenticati del punto di origine.

La società contemporanea si disinteressa di tutto ciò che non serve nell’immediato, così, senza nemmeno rendersene conto, emargina e distrugge tutto il resto.

Le opere di questa straordinaria artista raccontano la diversità dell’essere ‘altro’, la nostra parte ‘bestiale’, ormai emarginata e respinta.

 

• PICCOLO COMPENDIO DI ANIMALI PERDUTI

mostra collettiva presso Spazio Gerra - Reggio Emilia (luglio-agosto 2013) di Mariacarla Auteri

Com-pendio (compèndium) è l'opposto del dis-pendio (dispèndium). Entrambi i termini, presso le civiltà latine, possedevano originariamente un significato a carattere economico, il lucro del risparmio o della spesa (perdita del risparmio). Il compendio è ora un dispositivo letterario – un oggetto della conoscenza – una trattazione che espone un argomento o un singolo ambito del sapere in una veste sintetica, un dispositivo di risparmio in un certo senso.

Nel Piccolo compendio degli animali perduti, l'origine enciclopedica viene decostruita da una accuratezza affatto scientifica, più vicina alla spontanea ricostruzione di un ricordo, di un'immagine vaga e nostalgica impressa nella mente. È così che i disegni e le tavole raffiguranti animali estinti si diramano lungo le pareti, conducendo il visitatore verso un microcosmo oramai scomparso, abitato da coloro che non esistono più ma che un tempo abitavano il pianeta, insieme all'uomo.

L'animalità raccontata dal Piccolo compendio, in effetti, non riguarda semplicemente specie a noi lontane. L'aspetto maliconico si riflette sul visitatore, come a ricordare la bestia che abbiamo dimenticato per prima, il primo animale estinto: l'uomo stesso. L'uomo è un animale che già agli albori della sua esistenza si è circondato di immagini – si pensi ai magnifici graffiti delle grotte di Lascaux – avendone acquisito la capacità di contraddistinguerle dalla realtà. Egli le colleziona, le cataloga e, per mezzo di esse, conosce e abita il mondo. A questi risultati, l'uomo è giunto grazie alla conoscenza, alla tecnica. L'istinto animale è venuto così a trattenersi, nella repulsione per la nudità e per il contatto con la terra, con lo sporco.

L'animale è diventato semplicemente l'altro, il diverso.

Bichat afferma che in noi coesistono due animali: il primo è l'animale che esiste dentro di noi, che coincide con la vita organica, in una serie di funzioni prive di coscienza e applicabili per il solo scopo della sopravvivenza; il secondo è l'animale che vive al di fuori che corrisponde alla relazione con il mondo esterno. L'animale che vive al di fuori è l'aspetto umano. È l'animale che ricorda l'altro. Il suo diverso, un diverso che viene osservato e ricordato, che rimane vivo nel pensiero, nel ricordo dell'animale umano.

L'installazione di Alice Padovani racconta la diversità dell'essere «altro», l'animale, emarginato e respinto dall'animale uomo. Ma è un flusso di immagini che scorrono nella piacevolezza – o nel timore - di osservare un essere che coesiste ai confini della nostra memoria.

Tra i singoli componenti dell'installazione, Mnemosyne scorre come le pagine di un diario visivo, in cui i singoli oggetti rappresentati sono solo vaghi ricordi. Atlas des yeux e Atlas des pattes mostrano un archivio di parti anatomiche la cui delicatezza e pulizia del segno porta a pensare più ad una spontanea ricostruzione di un immagine impressa nella mente, una immagine vaga e nostalgica, più che alla accuratezza enciclopedica tipica del bestiario. Il tratto distinto di nostalgica memoria è ancora più marcato nei disegni in figura intera (Phalacrocorax perspicillatus) o in primo piano di esemplari incorniciati e disposti al pari di piccoli ritratti di famiglia. Un compendio può forse lenire le pene di una vita di consumo, di una dispendiosa perdita di memoria? Forse... Se il guadagno sta nel ritrovare ciò che è stato effettivamente perduto.

Il soggetto estinto, l'oggetto «consumato» – l'animale che siamo e che portiamo dentro – viene qui infine ri-conosciuto e ritrovato.


Next projects and current exhibitions:

Al2O1 - Ceramica. La liquidità del materiale

Gate 26 A Gallery - via Carteria, Modena

18 maggio > 9 giugno 2019

ARTEmisia - L'arte contemporanea incontra le erbe aromatiche

Aromatvm - via Negrelli 15 - Modena

Sabato 15 giugno 2019 dalle ore 17:00 alle 23:00

Light & Fragmented

Memories of personal and social identity

Collective Exhibition:

 

Le Dame Art Gallery - London

June 20 – September 6, 2019

Fai un giro in villa - mostra collettiva

Giornate FAI

PALAZZO MALMIGNATI - Lendinara (Rovigo)

Sabato 22 e domenica 23 Giugno

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luglio - agosto 2019

Monza

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